5. La dimensione ottimale naturale dell’azienda

 

Con il profitto globale si definisce anche la dimensione dello sviluppo naturale ottimale da raggiungere per l’azienda che,

non essendo più gestita con la logica dell’espansione continua ad ogni costo, facendo uso anche del cosiddetto “doping  finanziario” che prima o poi la può portare ad un crack totale (vedi i casi noti delle società Parmalat, Cirio, …),

 

si mantiene un organismo più razionale, efficiente e funzionale al tessuto economico e sociale in cui è nata e opera.

L’azienda non si pone come obiettivo la saturazione del mercato con la conquista continua di nuove quote,

ma lascia lo spazio ad altre iniziative imprenditoriali similari per una più responsabile distribuzione delle ricchezze.

 

L’azienda trova la sua forza più che sull’ingrandimento delle proprie dimensioni, sulla qualità di partecipazione ad un sistema equilibrato di imprese.

 

L’impresa, raggiunto il livello naturale ottimale della propria capacità produttiva in relazione alla domanda del mercato e agli obbiettivi di benessere prefissati per i suoi attori,

 

sviluppa un’attività di mantenimento di tali livelli e incrementa le sue risorse disponibili per attività di ricerca e di innovazione.

Lascia più tempo libero ai dipendenti,

 

partecipa all’attività in altre aziende e in organizzazioni sociali,

 

svolge la funzione di tutor verso nuovi soggetti, immigrati compresi, da formare e responsabilizzare alla guida di  nuove aziende anche in altri paesi.

 

Questo comportamento salvaguarda l’equilibrio economico e sociale del Paese, contribuendo al raggiungimento di un maggior livello di giustizia, pace e libertà.

 

In tutti i paesi il problema di creare nuovi posti di lavoro deve essere risolto in proporzione al numero di abitanti e alle disponibilità di territorio per non compromettere l’equilibrio ambientale e sociale.

 

Vale a dire: non sviluppare progetti industriali sempre più grandi che richiedono maggiori aree, infrastrutture e numero di lavoratori superiori a quelli disponibili nel mercato locale. Altrimenti si è costretti a richiedere l’arrivo di immigrati che vengono sradicati dai loro paesi d’origine ed immessi in un territorio già saturo in cui la loro presenza, con i loro bisogni determinerà la costruzione di nuove case, ecc., l’ulteriore cementificazione del territorio, l’aumento dell’inquinamento in generale, ecc., cioè il superamento dei livelli di vivibilità dell’ambiente, in sintesi un generale peggioramento della qualità di vita precedentemente raggiunta.

 

Questa strada porta a delineare la necessità di una sempre maggiore specializzazione delle attività a livello di ciascun sistema-paese, il quale si troverà a ricercare parallelamente una più efficiente capacità di integrazione con i sistemi economici degli altri paesi.

 

Si prospetta così una globalizzazione dell’economia in cui ciascuna area geografica, attraverso una specializzazione delle proprie risorse umane e materiali,  contribuisce a raggiunge la più alta produttività delle risorse economiche a livello planetario.

 

Con questa logica, la delocalizzazione delle imprese nei paesi tecnologicamente meno avanzati, supera i suoi limiti speculativi favorendo la nascita di nuove imprese a partecipazione mista che rinforzano reciprocamente i sistemi economici coinvolti.

 

Le aziende interessate alla multi localizzazione mettono a disposizione parte delle loro risorse tecnologiche e finanziarie sostenendo lo sviluppo dei paesi esteri nel rispetto della loro cultura, in uno scambio di valori economici e culturali che, nella diversità, rappresentano una ricchezza comune e portano ad una sana globalizzazione dell’economia.

 

L’occupazione dello spazio riservato alle attività produttive nell’ambito del territorio nazionale trova un limite da non superare, in armonia con tutte le altre esigenze che una popolazione può avere.

Vai al capitolo 6.Verso un’economia più equilibrata nei vari Paesi

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