2. Come formare il nuovo imprenditore?

 

Pensiamo che sia importante affiancare al progresso tecnologico un percorso di ricerca e di formazione umana in grado di far emergere nell’uomo nuove qualità, nuovi atteggiamenti nei confronti degli altri e delle cose, nuove capacità di integrazione e di collaborazione con gli altri.

 

In  particolare ipotizziamo un ulteriore impegno delle associazioni dei lavoratori e degli imprenditori verso i propri iscritti per valorizzarne maggiormente la creatività, la fantasia, le aspirazioni di felicità. Non limitandosi alla pura formazione professionale nell’ambito tecnico. E così pure di tutte le altre istituzioni preposte all’educazione e alla formazione.

 

Il nucleo del cambiamento che proponiamo sta nell’educare l’uomo, fin dal momento in cui muove i primi passi in famiglia, a scuola, nella società, ad essere disponibile all’incontro e ascolto dell’altro, a trattare l’altro come ciascuno vorrebbe essere trattato, a soddisfare i propri bisogni materiali e culturali in un equilibrato rapporto di scambio di beni e servizi.

 

Anche nel momento della formazione professionale proponiamo che si miri ad insegnare l’uso ed il valore del denaro: nel passaggio del denaro occorre valutare che non si attua solo una compravendita di un bene o servizio, ma dietro a questa azione ci sono due soggetti, chi dà il denaro e chi lo riceve, con la loro situazione personale.

 

Riconoscere gli effetti dello scambio su entrambi, rende lo scambio stesso più umano, più completo.

 

Il denaro può essere frutto “buono” del lavoro oppure frutto “avvelenato” di un’attività inquinata.

 

Denaro che talvolta, anche se viene dato a titolo gratuito, come donazione alle organizzazioni umanitarie del volontariato o alle chiese, può essere stato conseguito con la sopraffazione dei più deboli o la distruzione delle risorse naturali.

 

Molti interrogativi sorgono sulla reale convenienza del suo utilizzo, se consideriamo che, alla fine, i suoi effetti sull’intero sistema economico sono quelli di mascherare l’ipocrisia e l’ingiustizia delle attuali regole di mercato, bloccando un reale cambiamento degli squilibri.

 

Conviene allora chiudere il rubinetto delle erogazioni di questo tipo di denaro, la cui voce è presente nel bilancio cosiddetto “sociale” che molti soggetti sbandierano?

 

È auspicabile arrivare ad un sistema economico formato da soggetti liberi, responsabili gli uni degli altri, consapevoli che prima di fare elargizioni fini a se stesse, devono riconoscere e soddisfare i diritti dell’altro, soprattutto del più debole, nella gestione dell’attività lavorativa in azienda e nelle loro azioni quotidiane come privati, così da realizzare i desideri di livello più alto, ugualmente fondamentali per la persona.

 

L’esigenza di questa nuova cultura si sta rivelando sempre più urgente; nelle imprese a carattere familiare si manifesta ancor di più durante la fase del passaggio generazionale, in cui si vengono a confrontare, e talvolta a scontrare, sensibilità, esperienze e prospettive differenti tra l’imprenditore “vecchio stampo”, fondatore dell’azienda, e il figlio o successore, cresciuto in una realtà completamente diversa.

 

I giovani, sempre più spesso, percepiscono i limiti dello sviluppo industriale secondo il modello frutto della “religione del lavoro”, e si pongono molte domande al momento della scelta se continuare o meno l’attività dei propri genitori. Alcuni di essi, tra i più perplessi, non trovando risposte adeguate alla loro mentalità, scelgono lavori di pura speculazione finanziaria fine a se stessa, altri si orientano verso il mondo del volontariato, del no profit, considerandolo come “un’isola felice”.

 

Anche per evitare che l’azienda iniziale si estingua o passi nelle mani di manager esterni che la svuotano dello spirito originario per massimizzare il profitto a qualsiasi costo, serve proporre e sperimentare un nuovo modello di organizzazione aziendale che sappia coniugare la passione per la cultura industriale  con i valori del volontariato: l’impresa “profit no-profit”.

Vai al capitolo 3. La nuova impresa, il nuovo collaboratore

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